La Sicilia delle “madri di giorno”: sfruttamento femminile legalizzato?

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Sei siciliana? Sei mamma? Sei casalinga? Non hai abbastanza carico di lavoro non retribuito in famiglia? Perchè non fai un po’ di volontariato presso qualche cooperativa o associazione come “madre di giorno”?

No, non si tratta di uno scherzo. Quanto della realtà di donne della Sicilia, una Regione fiaccata già da diverse problematiche, tra cui l’elevata disoccupazione femminile (24,9%) ed in cui solo il 5,1% dei bambini ha accesso ai nidi comunali. Una situazione drammatica, in cui il mestiere della tagesmutter potrebbe, se valorizzato, portare occupazione (specie femminile), sostenere la conciliazione dei tempi di lavoro e di cura di tanti e permettere a parte di quel 95% dei bimbi siciliani tagliati fuori dai nidi comunali di trovare una modalità di accudimento rispettosa delle proprie esigenze.

Invece, ecco cosa ha previsto la regione Sicilia in tema di servizi educativi in contesto domiciliare. Essi vengono prestati da una figura denominata «madre di giorno»: una casalinga mamma (o che comunque ha svolto un’apposita esperienza formativa) che durante il giorno assiste e contribuisce ad educare, fornendo le cure materne e familiari nel proprio domicilio, uno o più minori appartenenti ad altri nuclei familiari in età da asilo nido.
Le associazioni di solidarietà familiare, ad esclusione di quelle costituite ai sensi della legge regionale 7 giugno 1994, n. 22 (organizzazioni di volontariato) e gli enti di privato sociale onlus che abbiano maturato esperienza di sostegno alle responsabilità genitoriali possono promuovere l’esperienza delle madri di giorno, fornire loro la necessaria preparazione o integrare quella già posseduta, assisterle sul piano amministrativo e tecnico, garantire la continuità della presa in cura del minore nel caso di malattia o impedimento, fornire le necessarie consulenze in campo psicopedagogico, assumere gli oneri derivanti dalle coperture assicurative per la responsabilità civile verso terzi e provvedere alla fornitura dei beni strumentali o di consumo necessari allo svolgimento del servizio.
La madre di giorno svolge la propria attività senza ricevere alcun compenso dalle famiglie degli utenti, che versano alle associazioni ed alle organizzazioni di cui fanno parte un corrispettivo per il servizio ricevuto determinato in misura da consentire la copertura dei costi necessari al suo mantenimento.
I Comuni possono erogare alle famiglie, secondo livelli di reddito e criteri di attribuzione predeterminati, voucher spendibili presso le associazioni e gli enti accreditati presso la stessa amministrazione comunale mediante stipula di apposita convenzione. Le convenzioni prevedono: a) la determinazione del corrispettivo relativo al servizio; b) le procedure e le modalità d’integrazione tra i servizi pubblici all’infanzia, i servizi socio-assistenziali ed i servizi delle madri di giorno; c) gli standard minimi di esperienza  o formazione abilitante per lo svolgimento del servizio da parte della madre di giorno; d) le modalità di verifica periodica della qualità del servizio.

Insomma, da quanto la normativa indica, o meglio, non indica, le madri di giorno siciliane sono destinate ad operare nel volontariato. Il che, purtroppo, in troppi casi equivale all’alimentare il sommerso. E le famiglie dei bambini? Se i Comuni lo prevedono, possono essere sostenute economicamente nella loro scelta educativa, attraverso l’erogazione di voucher. Con quali soldi, però, è da vedere.

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Un pensiero riguardo “La Sicilia delle “madri di giorno”: sfruttamento femminile legalizzato?

    alexurbe ha detto:
    maggio 27, 2015 alle 9:15 am

    L’ha ribloggato su alexurbee ha commentato:
    Sud.

    Mi piace

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