Tagesmutter e lavoro

Nido famiglia in Lombardia: norme

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Di seguito sono riportate le norme che regolano il servizio di nido famiglia in Lombardia.
Regione Lombardia Delib.G.R. 11 febbraio 2005, n. 7/20588.
Definizione dei requisiti minimi strutturali e organizzativi di autorizzazione al
funzionamento dei servizi sociali per la prima infanzia.
Pubblicata nel B.U. Lombardia 28 febbraio 2005, n. 9.
[…]
ALLEGATO A
Requisiti unità di offerta sociali per la prima infanzia
Tipologie previste
I servizi sociali per la prima infanzia (0-3 anni) sono così identificati
[…]
Nido famiglia
Nido domiciliare, con finalità educative e sociali per un massimo di 5 bambine/i da zero ai tre anni, svolto senza fini di lucro, promosso da famiglie utenti associate / associazioni familiari, scegliendo il modello educativo e gestionale ritenuto più idoneo nel rispetto dell’identità indiv iduale, culturale, religiosa.
Regione Lombardia Legge Regionale 14 dicembre 2004, n. 34
Politiche regionali per i minori.
Pubblicata nel B.U. Lombardia 17 di
cembre 2004, n. 51, I suppl. ord.
Art. 4
Compiti degli enti locali.
1. I comuni, nel rispetto di quanto previsto dagli articoli 117 e 118 della Costituzione e dall’articolo 6 della legge n. 328/2000, promuovono la conoscenza e l’applicazione dei principi di sussidiarietà nella realizzazione e gestione dei servizi sociali e svolgono le seguenti funzioni:
[…]
d) definiscono e promuovono interventi e servizi sociali rivolti ai minori, garantendo, ai fini della realizzazione del sistema integrato di interventi
e servizi sociali, l’effettiva partecipazione dei soggetti del terzo settore nella programmazione zonale, nonché nella realizzazione e nella gestione
degli interventi e dei servizi;
Regione Lombardia Delib.G.R.
11 febbraio 2005, n. 7/20588 (1).
Definizione dei requisiti minimi struttural
i e organizzativi di autorizzazione al
funzionamento dei servizi sociali per la prima infanzia.
Pubblicata nel B.U. Lombardia 28 febbraio 2005, n. 9.
[…]
ALLEGATO A
Requisiti organizzativi generali
Le strutture di tipo diurno per la prima infanzia afferenti alla rete regionale dei servizi socio assistenziali devono possedere i seguenti requisiti organizzativi:
Coordinatore
Operatori socio-educativi *
Cuoco
Addetti ai servizi

Specificazioni relative al personale.

OPERATORE SOCIO EDUCATIVO – Indicazioni comuni a nidi, micronidi e centri prima infanzia
Si ricorda che i titoli validi alla definizione del profilo professionale dell’operatore socio educativo sono:
– diploma di maturità magistrale (rilasciato dall’Istituto magistrale);
– diploma di maturità rilasciato dal li
ceo socio-psico pedagogico (5 anni);
– diploma di abilitazione all’insegnamento nelle
scuole di grado preparator
io/diploma di scuola
magistrale (tre anni);
– diploma di dirigente di
comunità (5 anni);
– diploma di tecnico dei se
rvizi sociali (5 anni);
– operatore dei servizi sociali (tre anni);
– diploma di assistente per
l’infanzia (tre anni);
– vigilatrice d’infanzia (tre anni);
– puericultrice (tre anni).
Ovviamente, quale operatore socio educativo, può essere assunto anche personale laureato in scienze dell’educazione/formazione, psicologiche, sociologiche e di servizio sociale nonché l’educatore professionale.
Fermo restando il rispetto dei requisiti di personale determinati per ogni tipologia
d’offerta dalla Delib.G.R. n. 7/20588 del 2005, si precisa che la compresenza può
essere garantita sia nei servizi pubblici che in quelli non profit, anche attraverso
un operatore volontario anche privo del titolo specifico.
Il personale volontario privo di titolo specifico non concorre alla determinazione dello standard.

Autorizzazione al funzionamento, Accreditamento e Vigilanza

Le procedure di autorizzazione e accreditamento dei servizi socio-assistenziali erano normati dalla L.R. 7 gennaio 1986, n. 1, abrogata dalla L.R. 12 marzo 2008, n. 3, art. 28. Attualmente le procedure di autorizzazione e accreditamento dei servizi per la prima infanzia sono definite attraverso le delibere e circolari regionali sotto elencate.

Autorizzazione al funzionamento

D.C.R. III/289/1981; D.G.R. 7-20588/2005; Circ. reg. 35/2005, cap. 2; Circ. reg. 45/2005.

Accreditamento

D.G.R. 7-20943/2005; Circ. reg. 35/2005, cap. 3.

 Vigilanza

Circ. reg. 45/2005, (Premessa), cap. 1 punto g

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Ddl Autonomi, cosa cambia per le tagesmutter di Bolzano (da settembre) -www.publicpolicy.it

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Da settembre 2017 le tagesmutter che lavorano presso le cooperative dovranno essere iscritte alla gestione previdenziale dei lavoratori dipendenti e non più dei collaboratori domestici. Bene!

ROMA (Public Policy) – Correggere “l’erronea valutazione” che aveva portato, al momento dell’approvazione della Finanziaria 2007, a introdurre una disposizione in base alla quale si consentiva alle donne che, nella provincia di Bolzano, si prendono cura dei bambini presso la propria abitazione (le cosiddette tagesmutter, o mamme per un giorno), di essere iscritte alla gestione previdenziale dei collaboratori domestici anziché a quella dei lavoratori dipendenti alla quale apparterrebbero in assenza di una specifica disposizione. In quel modo, si intendeva rendere meno oneroso per le famiglie il ricorso a quella specifica forma di assistenza all’infanzia ma, con l’andare del tempo, ci si è resi conto che la ridotta contribuzione richiesta per l’iscrizione alla forma previdenziale dei collaboratori domestici avrebbe generato trattamenti pensionistici eccessivamente bassi.

A spiegarlo è Marialuisa Gnecchi (Pd) durante i lavori della commissione Lavoro alla Camera commentando l’emendamento approvato al ddl Autonomi. L’emendamento, a prima firma Renate Gebhard (Svp) e sottoscritto da Gnecchi, è volto a ricondurre la tagesmutter nell’alveo della previdenza dei lavoratori dipendenti da società cooperative. La previsione scatta dal 1° settembre 2017.

http://www.publicpolicy.it/ddl-autonomi-cosa-cambia-per-le-tagesmutter-di-bolzano-da-settembre-67407.html

Tagesmutter e i “patti di non concorrenza” imposti dalle cooperative: quando vorresti lavorare da autonoma ma non puoi

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Decidi di frequentare il corso di formazione per tagesmutter presso la Cooperativa Tizio e Caio che costa poco, è cofinanziato/promosso dagli enti locali e poi ti permette di iniziare a lavorare già da subito presso la stessa Cooperativa Tizio e Caio, magari come Cococo?

Per poi scoprire, alla prima dichiarazione dei redditi, che a causa delle percentuali sugli incassi che devi alla Cooperativa non riesci a sbarcare il lunario… e quindi vorresti intraprendere la libera professione?

Attenzione a cosa firmi/hai firmato! Perchè probabilmente nel contratto che ti lega alla cooperativa ci sarà una clausola di “non concorrenza”. Che vuol dire? Che se lasci la cooperativa prima del termine del contratto o al termine del contratto stesso, per un tot di tempo non dovresti farle concorrenza, non dovresti cioè lavorare come tagesmutter.

Ma è proprio così?

Innanzitutto, per i Cococo (rapporto di lavoro parasubordinato) l’articolo da prendere in riferimento è il 2596 c.c.

Art. 2596 del codice civile. Limiti contrattuali della concorrenza.

Il patto che limita la concorrenza deve essere provato per iscritto. Esso è valido se circoscritto ad una determinata zona o ad una determinata attività, e non può eccedere la durata di cinque anni.
Se la durata del patto non è determinata o è stabilita per un periodo superiore a cinque anni, il patto è valido per la durata di un quinquennio.

Quindi sembrerebbe che come tagesmutter saresti obbligata a rispettare il patto di non concorrenza.

Attenzione però che dietro il Cococo non si celi la fattispecie del lavoro subordinato. Cioè che si tratti di falsi Cococo. Se nel contratto trovi il riferimento al luogo o all’orario di lavoro, ad esempio, sei di fronte a lavoro subordinato e non a una Cococo. Questo vuol dire che, in tal caso, l’articolo da far valere sarà l’art. 2125 del codice civile. Patto di non concorrenza.

Il patto con il quale si limita lo svolgimento dell’attività del prestatore di lavoro, per il tempo successivo alla cessazione del contratto, è nullo se non risulta da atto scritto, se non è pattuito un corrispettivo a favore del prestatore di lavoro e se il vincolo non è contenuto entro determinati limiti di oggetto, di tempo e di luogo.
La durata del vincolo non può essere superiore a cinque anni, se si tratta di dirigenti, e a tre anni negli altri casi. Se è pattuita una durata maggiore, essa si riduce nella misura suindicata.

Cioè, per non lavorare come tagesmutter dovrai ricevere almeno un congruo indennizzo.

Senza dimenticare come la tagesmutter, secondo anche quanto asserito dall CGIL qualche anno fa, nell’intervista rilasciata al blog da Roberto D’Andrea,

“si può fare in due soli modi: o da dipendente, se ricorrono le condizioni utilizzate da Domus (n.d.a. in quel caso specifico si parlava di Domus), o in maniera autonoma (attraverso prestazioni di lavoro con partita Iva) quando la tagesmutter è libera di organizzare (fatturando direttamente al cliente) la propria attività lavorativa.”

Quindi… prima che la cooperativa ti “faccia causa” per non aver rispettato il patto di concorrenza come Cococo, forse potresti far loro presente che avrebbero dovuto assumerti a tempo indeterminato…

Ancora una volta, occhi aperti!

Corsi riconosciuti tagesmutter/nido famiglia, norme regionali e comunali nel Lazio… che confusione!

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In questi giorni tante, tantissime persone mi hanno chiesto delucidazioni sul Corso X/Y/ per Tagesmutter nel Lazio. Nello specifico mi hanno cheisto se quel titolo rilasciato per quel Corso fosse riconosciuto dalla Regione Lazio. Ma che vuol dire “riconosciuto”?

Procedere con ordine in mezzo a questo grande marasma, dove secondo me anche chi si occupa di formazione (anche di autorizzarla) si perde “pezzi di legge” qua e là… non è semplice.

Punto numero uno. Nel Lazio ancora non c’è una regolamentazione, a livello regionale, del servizio tagesmutter. Ci sono alcuni Comuni (es. Ladispoli, Cerveteri, Civitavecchia e da ultimo Fiumicino, proprio lo scorso fine dicembre) che hanno normato il servizio di nido famiglia, che per molti versi si può “sovrascrivere” a quello di tagesmutter (ma, come vedremo in seguito, anche no). Riguardo i regolamenti adottati da questi Comuni ci sarebbe molto da dire e, a mio avviso, anche qualcosa da contestare sulla legittimità o meno di quanto prevedono.

Parlando di Regione Lazio, l’8 giugno 1995 con la legge regionale 43 è stata istituito il servizio di assistente familiare che:

"nell'ambito   delle  politiche  sociali  di  aiuto  e  sostegno  alle
famiglie, ha lo scopo di permettere la sorveglianza  dei  bambini  di
eta'  inferiore  ai  tre  anni, attraverso l'affidamento degli stessi
alle cure delle  assistenti  familiari  nelle  abitazioni  di  queste
ultime" (art.1)

Le assistenti familiari (non si sa perchè, donne) dovevano aver superato un corso regionale di formazione ed un colloquio psico-attitudinale, dopodiché l’Assessorato ai servizi sociali del Comune rilasciava loro un attestato di abilitazione di esercizio alla professione.

La legge regionale 43/1995 è stata però abrogata dalla legge regionale 24/12/2010, art.79.

Nel mentre però cosa è accaduto? Nel 2007 la figura dell’Assistente familiare era entrata nel Repertorio regionale dei profili professionali e formativi con DGR 609 del 31/07/2007. Nell’allegato 1 troviamo descritta questa figura:

“l’Assistente familiare è una figura con caratteristiche pratico-operative, la cui attività è rivolta a garantire assistenza a persone autosufficienti e non, nelle loro necessità primarie, favorendone il benessere e l’autonomia all’interno del clima domestico-familiare.”

Abrogata la L. 43/1995 e col DGR 609/2007 l’assistente familiare passa da una figura assimilabile alla tagesmutter, ad una assimilabile alla colf/badante. Quindi l’unico riferimento normativo che avevamo a livello regionale al servizio tagesmutter o perlomeno a qualcosa di assimilabile… non c’è più.

Per quanto riguarda il nido famiglia? Troviamo un cenno nella normativa regionale: la L.R. 32/2001 lo decrive come

l’attività di cura di bambini da 0 a 3 anni svolta senza fini di lucro e promossa ed autogestita dalle famiglie utenti.

Il nido famiglia appartiene quindi, per la Regione Lazio, alla sfera della solidarietà familiare e non della imprenditorialità.

Cos’altro abbiamo?

La proposta di legge regionale PL 268 (proposta, quindi non ancora legge), che all’art.31 propone di normare il nido familiare, definendolo come

un servizio socioeducativo realizzato in contesti domiciliari, quali abitazioni private o altri locali in possesso dei requisiti igienico- sanitari previsti dalla normativa vigente per la civile abitazione, che accoglie fino ad un massimo di cinque bambini di età compresa fra i tre e i trentasei mesi.

Chi lavora nel così prospettato nido familiare sarebbe l’operatore di nido familiare, il quale oltre ai requisiti previsti dall’art.19, dovrebbe essere in possesso di uno dei titoli di studio di cui all’art.17, comma 1 (titoli di studio per ricoprire il ruolo di educatore nei servizi socioeducativi):

laurea triennale o laurea magistrale conseguita in corsi afferenti alle classi pedagogiche o psicologiche e titoli equipollenti; diploma di maturità magistrale; diploma di scuola magistrale con abilitazione all’insegnamento; diploma di maturità rilasciato dal liceo socio-psico-pedagogico; diploma di maturità rilasciato dal liceo delle scienze umane ad indirizzo socio-psico-pedagogico; diploma di tecnico dei servizi sociali e di assistente di comunità infantile; diploma di dirigente di comunità; se si è già in servizio come educatore, uno dei titoli previsti dall’art.17 della L.R. 19/1980.

Altrimenti, se fosse sprovvisto di uno dei titoli di studio di cui sopra,  dovrebbe possedere
l’attestato di qualifica professionale specifica rilasciato a seguito di frequenza a corsi di formazione professionale riconosciuti dalla Regione.
Benissimo. Ammettiamo che un giorno questa proposta divenga legge (per ora non lo è, da quasi due anni) e che io non abbia uno dei titoli di studio previsti dall’art. 17.1. Dovrei per forza possedere un attestato di qualifica professionale specifica rilasciato a seguito della frequenza di un corso di formazione professionale riconosciuto dalla Regione.
Ma esistono attualmente corsi di formazione per operatore di nido familiare? NO. Innnanzitutto perchè nemmeno esiste il nido familiare. Cioè, la fattispecie non è prevista da alcuna norma nella nostra Regione, come abbiamo visto.
Ma allora, quali sono i corsi che troviamo in giro? E siamo sicuri che poi, una volta seguiti questi corsi con successo, possiamo diventare, qualora passi la normativa e siamo sprovvisti dei titoli di studio sopra elencati, operatori di nido familiare?
Da qualche tempo esistono dei corsi autorizzati dalla Regione Lazio per figure che, “a naso”, ci sembrano molto simili a quelle dell’operatore di nido familiare proposto dalla PL 268. Ci sembrano simili, perchè in questo “pappone” di normative regionali, regolamenti comunali, sperimentazioni e chi più ne ha più ne metta, ormai per il comune sentire tagesmutter- nido domiciliare-nido familiare-nido famiglia sono diventati più o meno la stessa cosa.
Ma per il diritto sarà così?

Innanzitutto, andiamo a vedere quali sono questi corsi. Abbiamo i corsi autorizzati per:

– operatore domiciliare all’infanzia (tagesmutter) di ENEF G CENA, HC Training srl, Minerva Sapiens srl ,

– operatore domiciliare all’infanzia (tagesmutter)- acquisizione di competenze – livello 2  di Maveco,

– assistente materna/tagesmutter di BABY JOB , Patatrac, Icarum,

– operatore all’infanzia domiciliare e nelle strutture socio-educative-frequenza 1°livello di Logos.

Sono corsi diversi, con un monte orario differente (250/300 ore), presentati per la maggiorparte da enti che fanno formazione anche in altri settori professionali (ricostruzione unghie, acconciatore, mediatore interculturale, assistente familiare,lavoratori addetti alle attività di rimozione, bonifica, smaltimento dell’amianto…).

Ora vi riporto nuovamente quanto prevede la proposta di legge PL 268. Se non si possiedono i titoli di studio psico-pedagogici (diploma magistrale ecc..) riportati all’art.17, si dovrà possedere
l’attestato di qualifica professionale specifica rilasciato a seguito di frequenza a corsi di formazione professionale riconosciuti dalla Regione.
Nessuno dei suddetti corsi rilascia un attestato di qualifica professionale specifica di operatore di nido familiare.
Per tirare le somme…
Nascono una moltitudine di corsi per tagesmutter, con nomi, forme e monte ore differenti. Sono corsi di formazione autorizzati dalla Regione Lazio. Regione Lazio che però non ha ancora normato il settore. E nella proposta di legge, ferma da quasi due anni, non si parla di tagesmutter ma di nido familiare / operatore di nido familiare.
Ma perchè la Regione Lazio autorizza dei corsi di formazione professionale per tagesmutter senza averla regolamentata?
Possiamo fare solo delle ipotesi. Quando nel 2012 con il DGR 452 è stato istituito il “Repertorio regionale delle competenze e dei profili formativi” in un’ottica europeista, di uniformazione e riconoscimento appunto di competenze (formali e non formali) e profili formativi tra i diversi Stati Membri ma anche tra le differenti regioni italiane, è stato inserito anche il profilo professionale dell’operatore domiciliare all’infanzia (tagesmutter) .

La descrizione sintetica è la seguente:

L’operatore domiciliare all’infanzia (Tagesmutter) è in grado di svolgere le attività di assistenza quotidiana dei bambini e di accompagnarli nel loro sviluppo fisico psichico e intellettuale, garantendone la cura dei bisogni primari e degli ambienti di vita.

L’area professionale è quella dell’assistenza sociale, dell’assistenza sanitaria, dell’assistenza socio-sanitaria.

Se andiamo inoltre a leggere i profili collegati-collegabili alla figura, cosa troviamo? Sistema classificatorio ISCO: 5131 lavoratori dei servizi di assistenza all’infanzia; Istat: 5.5.3.3 addetti alla sorveglianza di bambini e assimilati; EXCELSIOR: 30.04.03 Addetti all’animazione dei bambini e assimilati; Sistema di codifica professioni del Ministero del Lavoro: 553300 addetti alla sorveglianza di bambini ed assimilati, 553302 baby sitter, 553303 nurse, 553306 vigilatrice d’infanzia, 553307 vigilatrice di bambini; Repertorio delle professioni ISFOL: operatore per l’infanzia.

Le unità di competenza sono: cura dei bisogni primari del bambino, animazione ludico -educativa, adattamento domestico ambientale, assistenza primaria alla salute del bambino.

E’ evidente che quello dell’operatore domiciliare all’infanzia (tagesmutter) è un profilo professionale assistenziale. Mentre l’operatore di nido familiare della proposta di legge svolgerebbe un servizio socioeducativo in contesto domiciliare.
Il primo è un baby sitter, il secondo un educatore.
Di qui il dubbio serio che chi abbia solo l’attestato di operatore domiciliare all’infanzia (tagesmutter), pure avendo seguito un corso autorizzato dalla Regione Lazio, possa un giorno operare nei nidi familiari.
Veniamo adesso ai Regolamenti Comunali. E qui ne vediamo delle belle. Il  neo Regolamento dei Nidi di Famiglia del Comune di Fiumicino ancora non è disponibile sull’Albo Pretorio online del Comune. Nel comunicato stampa, troviamo scritto che a Fiumicino: “tra i requisiti obbligatori, in mancanza di un titolo di studio specifico, servirà la frequenza di un percorso formativo previsto dalla Regione Lazio e denominato “Operatore domiciliare all’infanzia” (Tagesmutter), oltre ad aver conseguito la certificazione per i corsi di formazione su manovre di disostruzione pediatriche e corsi Haccp per operatori”.
Tutto questo mi fa sorridere. Sorridere, perchè se così fosse innanzitutto si ignorerebbe il fatto che esista una legge regionale, la L.R. 32/2001, gerarchicamente superiore al regolamento comunale, che definisce il nido famiglia, come
l’attività di cura di bambini da 0 a 3 anni svolta senza fini di lucro e promossa ed autogestita dalle famiglie utenti.
La legge regionale fa da cornice, ma così sembra che il regolamento comunale la travalichi. Mischiando ceci e fagioli, cioè: assistenza (il profilo professionale dell’operatore domiciliare all’infanzia – tagesmutter), solidarietà familiare (associazionismo familiare – nido di famiglia), educazione (servizi socioeducativi intergativi al nido d’infanzia). Un gran pappone.

Il Regolamento di Ladispoli riprende la definizione di nido famiglia fatta dalla legge regionale come “forma di autorganizzazione familiare per la cura di bambini da zero a tre anni svolta senza fini di lucro e promossa ed autogestita dalle famiglie”.Il nido famiglia, in quanto tipologia familiare, deve essere realizzato in una civile abitazione. Il nido famiglia non può ospitare più di otto bambini.

Poi, però, parla di “qualifiche professionali del personale da impiegare” ed “educatori”, con tutto un elenco di titoli socio-psico-pedagogici… ma poi tra i vari titoli previsti per gli “educatori” troviamo anche “Qualifica di animatore socio culturale”, “Assistente familiare”,”Operatore OSA (Operatore socio-assistenziale)”, “OSS (Operatore socio – sanitario)”, “Corso specifico organizzato dalla Regione Lazio e/o dalla Provincia di Roma volto a rilasciare l’abilitazione per l’apertura del Nido famiglia, o per la formazione delle Assistenti Materne”.

Insomma… altro gran miscuglio: nido famiglia (associazionismo familiare), educatore (servizio socio educativo), operatori assistenziali (assistenza). Mi viene da pensare che se un gruppo di famiglie si auto-organizzasse per l’accudimento di un gruppetto di piccini con nonni, zii o anche tra genitori, oppure con l’aiuto di una brava tata, ma nessuno fosse titolato, per Ladispoli o Fiumicino si tratterebbe di un nido di famiglia abusivo (anche se per la legge regionale no).

Quello che si può notare è la mancanza di dialogo tra Comuni e Regione e tra settori differenti nella stessa Regione Lazio. O, probabilmente, un confronto lacunoso dei Comuni con realtà del terzo settore già operative, che non ha tenuto particolarmente in considerazione il percorso fatto in Regione.
Tutto ciò genera una grande, enorme confusione che attanaglia chi vorrebbe accudire un picccolo gruppo di bambini presso il proprio domicilio. E magari finisce col frquentare dei Corsi autorizzati “perchè sono riconosciuti” (ma che vuol dire poi) col rischio di spendere dai 1000 ai 2000 euro per trovarsi poi con sogni infranti e portafogli vuoto.

Corso Tagesmutter a Roma patrocinato dall’Opera nazionale Montessori

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Si terrà a Roma il “Corso per Tagesmutter con introduzione ai principi montessoriani”, patrocinato dall’Opera Nazionale Montessori e presentato dall’affiliata Associazione Montessori Brescia.
L’operatore domiciliare all’infanzia (tagesmutter) è una figura professionale presente già da qualche anno in Italia e molto radicata nei paesi del nord e del centro Europa. Accudisce presso la propria abitazione un piccolo numero di bambini, offrendo un servizio personalizzato e flessibile per le famiglie.
La tegesmutter è una professione a tutti gli effetti ai sensi della L. 4/2013 e rappresenta un’opportunità di auto-imprenditorialità per coloro che amano lavorare con i bambini.

Il presente corso, unico nel suo genere nel Lazio e in tutto il centro Italia, possiede la particolarità ed il valore aggiunto della formazione pedagogica ad indirizzo montessoriano con ben 40 ore di formazione sul metodo Montessori con docenti dell’Opera nazionale Montessori.
I corsisti avranno la possibilità di affacciarsi al pensiero ed al metodo di Maria Montessori che prevede un approccio al bambino rispettoso dei suoi ritmi di crescita e di apprendimento e dei suoi reali bisogni.

La formazione teorica di 200 ore e le 50 ore di pratica permetteranno di acquisire le conoscenze e di approfondire le unità di competenza indicate nel Repertorio regionale delle competenze e e dei profili formativi della Regione Lazio per il profilo formativo della tagesmutter.

Il corso si terrà a Roma.

La data d’inizio corso è prevista per sabato 28 gennaio 2017.

E’ prevista la presentazione sabato 17 dicembre 2016 alle ore 15.00 presso la sede dell’Associazione Culturale “Armonia dei Contrari”, Viale dei Quattro Venti 28, Roma.

Il corso è presentato dall’ affiliata all’Opera Nazionale Montessori.

Per partecipare alla presentazione e/o per ulteriori informazioni scrivere a:
corsotagesmutteroma@gmail.com

locandinacorso

 

Tagesmutter in Calabria: approvato il testo

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Ieri 14 aprile il III Commissione della Regione Calabria ’Sanità, attività sociali, culturali e formative’, presieduta dal consigliere Michele Mirabello, ha approvato la proposte di legge, il cui testo unificato comprende la Proposta di legge 97/10 di iniziativa del Consigliere G. Giudiceandrea recante “Modifiche e integrazioni alla legge regionale 29 marzo 2013 n.15 (Norme sui servizi educativi alla prima infanzia)” che introduce i servizi in contesto domiciliare comprensivi del servizio tagesmutter e la Proposta di Legge 127/10 di iniziativa del Consigliere A. Nicolò “Modifiche e integrazioni alla legge regionale 29 marzo 2013 n.15 (Norme sui servizi educativi alla prima infanzia)” che tra l’altro stabilisce che le strutture socio-educative non in possesso dei requisiti previsti dalla LR 15/2013 devono adeguarsi entro il 31 dicembre 2016.

Link: http://www.consiglioregionale.calabria.it/hp4/index.asp?accesso=2&selez=direttaODG&F_IDDati=631

Rimborso sì, rimborso no… facciamo fattura?

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Rimborso sì… rimborso no… facciamo fattura? Evasione o non evasione, questo è il dilemma.

Il rischio di abusi in materia di rimborsi spese, ad opera delle associazioni (di volontariato e non)… e, dunque, anche di nidi famiglia e di tagesmutter associati, esiste eccome. Senza fare di tutta l’erba un fascio, naturalmente.

Andiamo ad analizzare quanto ci suggerisce, in merito, la normativa in vigore.

La L. 266/1991 “Legge quadro sul volontariato”, all’art.2 “Attività di volontariato“, prevede:

  • 1. Ai fini della presente legge per attività di volontariato deve intendersi quella prestata in modo personale, spontaneo e gratuito, tramite l’organizzazione di cui il volontario fa parte, senza fini di lucro anche indiretto ed esclusivamente per fini di solidarietà.
  • 2. L’attività del volontariato non può essere retribuita in alcun modo nemmeno dal beneficiario. Al volontario possono essere soltanto rimborsate dall’organizzazione di appartenenza le spese effettivamente sostenute per l’attività prestata, entro limiti preventivamente stabiliti dalle organizzazioni stesse.
  • 3. La qualità di volontario è incompatibile con qualsiasi forma di rapporto di lavoro subordinato o autonomo e con ogni altro rapporto di contenuto patrimoniale con l’organizzazione di cui fa parte.

Se tutto questo non fosse abbastanza chiaro, ecco a voi il parere dell’Agenzia delle Entrate in merito ad un caso concreto, pubblicato sul sito www.assiprov.it:

La legge 266/1991 prevede espressamente la possibilità per l’associazione di volontariato di erogare ai propri volontari somme a titolo di rimborso spese, sempre che presentino i seguenti requisiti:

  • Essere effettivamente sostenute dal volontariato;
  • Essere relative all’attività prestate per conto dell’associazione di volontariato;
  • Il rimborso avvenga entro i limiti predeterminati dall’associazione di appartenenza.

Da tali elementi e dalla lettura complessiva della legge quadro sul volontariato (L. 266/1991) emerge che il rimborso spese deve essere di un ammontare congruo rispetto all’effettiva spesa sostenuta (inidoneo quindi a costituire un compenso mascherato), in quanto il volontariato non persegue un fine di lucro.
Per rispettare la disposizione di legge non tributaria, il cui rispetto comporta la non imponibilità ai fini fiscali dei rimborsi spese, è necessario che l’organo sociale dell’associazione, competente in base allo statuto, adotti una delibera con la quale vengano disciplinate in via generale le modalità dei rimborsi spese.
È pure opportuno che il rimborso spese risulti da una richiesta scritta dal volontariato da cui risulti esplicitamente il legame con la specifica attività svolta in norme e per conto dell’associazione di volontariato. La documentazione prodotta deve essere opportunamente conservata anche ai fini probatori dell’effettiva natura della somma erogata a titolo di rimborso e resa disponibile qualora fosse richiesta dagli uffici dell’amministrazione finanziaria.

Ma se questo ancora non fosse esaustivo, ecco a voi un secondo parere, pubblicato dall’Avis -Associazione Nazionale Volontari sangue:

“Il principio cardine in materia di rimborsi spese nelle ODV e ONLUS è quello per cui l’attività di volontariato non può essere retribuita in alcun modo, l’unico rapporto di contenuto patrimoniale che può instaurarsi tra  il volontario e l’associazione non può che mirare a ristabilire l’entità del patrimonio privato del volontario socio diminuito delle spese sostenute nello svolgimento  dell’attività sociale… Il rimborso spese consiste in una somma di denaro corrisposta dall’associazione al socio volontario a titolo di rimborso delle spese sostenute e documentate in nome e per conto dell’associazione… Per compenso si intende una somma di denaro corrisposta dall’associazione ad un terzo a fronte di un’attività svolta, senza che vi sia stata una reale spesa sostenuta per conto dell’associazione dal soggetto e senza documentazione che la giustifichi…

Si ricorda infine, che la regola generale non ammette il rimborso spese non documentato/forfetario. Per rimborsare piccole spese non documentabili però è possibile procedere all’erogazione di somme inferiori a € 15,49 non soggetti a ritenuta, rispettando le seguenti condizioni: il rimborso può essere erogato solo occasionalmente, per i volontari e i collaborati occasionali, ma non per i contratti a progetto; non deve essere acconto di maggiori compensi; è necessario costituire un registro indicando le generalità del percepente, la data, l’entità causale e firma di accettazione. Il presupposto per i vari volontari è la loro iscrizione nel registro dei soci aderenti ai sensi dell’art.4 c.2 Legge 266/91 per come disciplinato dall’art. 3 D.M. 14/02/1992 del Ministro dell’Industria come modificato dal D.M. 16/11/1992.”

Anche il blog Tagesmutter Autonome Roma ed Italia aveva già trattato l’argomento, con i post Tagesmutter che operano in Associazioni di “nidi famiglia”… what’s wrong with you (maybe)? e Quello della TAGESMUTTER è un lavoro… e come tale va RICONOSCIUTO ed ISTITUZIONALIZZATO descrivendo quanto purtroppo avviene in alcune realtà associative (di volontariato e non): donne che pur di lavorare rinunciano ai propri diritti…facendosi passare per volontarie e non venendo assunte come lavoratrici… ma anche donne furbette nell’Italia dei furbetti, che fanno concorrenza sleale a chi lavora onestamente (perchè si sa, aprire una partita iva non comporta i guadagni – e le tariffe – del lavoro nero).

Tornando alla questione iniziale:

rimborsi sì… rimborsi no… facciamo fattura? E’ evidente che le spese rimborsate devono essere effettivamente sostenute.

Effettivamente: spese e rimborso devono coincidere, perchè non vi sia un lucro mascherato.

Sostenute: passato. Le spese vengono anticipate dall’associato e solo in seguito rimborsate a questi dall’associazione.

L’attività di volontariato è prestata in modo gratuito ed è incompatibile con qualsiasi forma di lavoro.

Ma allora, quando vediamo Associazioni che chiedono preventivamente rimborsi spese, forse ci troviamo di fronte a compensi mascherati (dunque a evasioni fiscali, lavoro nero, concorrenza sleale)?

Quando leggo brochure del genere, pur proposte da persone che sembrano valide e che portano avanti un progetto sotto molti punti di vista ammirevole:

associazioni

onestamente, mi sembra di leggere le tariffe di un servizio, cioè i compensi erogati per quel servizio. E non rimborsi spese, come indicato. Tanto che, ad un certo punto, è scritto chiaro e tondo sulla stessa brochure: 7 euro tariffa oraria (!).

Care colleghe tagesmutter, si può dire: voi (e coloro come voi che), scrivendo, pubblicando e soprattutto facendo una cosa del genere… molto probabilmente state commettendo un illecito… mentre l’Associazione che vi rappresenta quasi certamente no. Vale la pena di rischiare… o non è forse meglio cedere alla tanto odiata fattura?