nido famiglia

Tagesmutter e i “patti di non concorrenza” imposti dalle cooperative: quando vorresti lavorare da autonoma ma non puoi

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Decidi di frequentare il corso di formazione per tagesmutter presso la Cooperativa Tizio e Caio che costa poco, è cofinanziato/promosso dagli enti locali e poi ti permette di iniziare a lavorare già da subito presso la stessa Cooperativa Tizio e Caio, magari come Cococo?

Per poi scoprire, alla prima dichiarazione dei redditi, che a causa delle percentuali sugli incassi che devi alla Cooperativa non riesci a sbarcare il lunario… e quindi vorresti intraprendere la libera professione?

Attenzione a cosa firmi/hai firmato! Perchè probabilmente nel contratto che ti lega alla cooperativa ci sarà una clausola di “non concorrenza”. Che vuol dire? Che se lasci la cooperativa prima del termine del contratto o al termine del contratto stesso, per un tot di tempo non dovresti farle concorrenza, non dovresti cioè lavorare come tagesmutter.

Ma è proprio così?

Innanzitutto, per i Cococo (rapporto di lavoro parasubordinato) l’articolo da prendere in riferimento è il 2596 c.c.

Art. 2596 del codice civile. Limiti contrattuali della concorrenza.

Il patto che limita la concorrenza deve essere provato per iscritto. Esso è valido se circoscritto ad una determinata zona o ad una determinata attività, e non può eccedere la durata di cinque anni.
Se la durata del patto non è determinata o è stabilita per un periodo superiore a cinque anni, il patto è valido per la durata di un quinquennio.

Quindi sembrerebbe che come tagesmutter saresti obbligata a rispettare il patto di non concorrenza.

Attenzione però che dietro il Cococo non si celi la fattispecie del lavoro subordinato. Cioè che si tratti di falsi Cococo. Se nel contratto trovi il riferimento al luogo o all’orario di lavoro, ad esempio, sei di fronte a lavoro subordinato e non a una Cococo. Questo vuol dire che, in tal caso, l’articolo da far valere sarà l’art. 2125 del codice civile. Patto di non concorrenza.

Il patto con il quale si limita lo svolgimento dell’attività del prestatore di lavoro, per il tempo successivo alla cessazione del contratto, è nullo se non risulta da atto scritto, se non è pattuito un corrispettivo a favore del prestatore di lavoro e se il vincolo non è contenuto entro determinati limiti di oggetto, di tempo e di luogo.
La durata del vincolo non può essere superiore a cinque anni, se si tratta di dirigenti, e a tre anni negli altri casi. Se è pattuita una durata maggiore, essa si riduce nella misura suindicata.

Cioè, per non lavorare come tagesmutter dovrai ricevere almeno un congruo indennizzo.

Senza dimenticare come la tagesmutter, secondo anche quanto asserito dall CGIL qualche anno fa, nell’intervista rilasciata al blog da Roberto D’Andrea,

“si può fare in due soli modi: o da dipendente, se ricorrono le condizioni utilizzate da Domus (n.d.a. in quel caso specifico si parlava di Domus), o in maniera autonoma (attraverso prestazioni di lavoro con partita Iva) quando la tagesmutter è libera di organizzare (fatturando direttamente al cliente) la propria attività lavorativa.”

Quindi… prima che la cooperativa ti “faccia causa” per non aver rispettato il patto di concorrenza come Cococo, forse potresti far loro presente che avrebbero dovuto assumerti a tempo indeterminato…

Ancora una volta, occhi aperti!

Marche: corso per operatori di nido domiciliare

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IAL Marche Srl, promuove un corso di formazione autorizzato dalla provincia di Macerata (D.D. n. 48/VI del 18/02/2016) della durata di 88 ore con sede a Macerata.

Si tratta di un corso di aggiornamento per operatore di nidi domiciliari.

L’Operatore di nidi domiciliari, secondo quanto previsto dalla DGR 1038/2012, è un soggetto che accoglie uno o più bambini in età compresa tra 0 e 36 mesi presso il domicilio (proprio o della famiglia) o in luogo terzo appositamente attrezzato favorendone, in accordo con la famiglia, la crescita, la socializzazione, l’autonomia e lo sviluppo nel rispetto dei tempi individuali.

Al termine del percorso formativo sarà rilasciato l’Attestato di Frequenza ai sensi dell’art. 8 L.R. 31/98. (Cod. Reg. TE10.11.1.1)

Il corso avrà un costo complessivo di € 400,00 a persona, le modalità di pagamento sono esplicitate sul bando.

SCADENZA ISCRIZIONI: 25/03/2016

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INVIARE:

1.   Domanda di partecipazione (Allegato 9);

2.   Curriculum Vitae formato europeo firmato in originale (Allegato 16).

3.   Copia del titoli di studio o autocertificazione;

4.   Copia del documento d’identità firmato in originale e in corso di validità;

5.   N° 1 fototessera;

6.   Autocertificazione che attesti di non aver procedimenti penali in corso e di non aver subito condanne penali per reati relativi ad abusi, maltrattamenti, ed altri fatti previsti dalla l. 269/98, così come disposto al comma 4 dell’allegato c alla dgr 1038/2013;

7.   Copia del permesso di soggiorno in corso di validità o della ricevuta postale per la richiesta di rinnovo per i cittadini stranieri

I candidati i cui TITOLI DI STUDIO SONO STATI CONSEGUITI ALL’ESTERO dovranno produrre:

• Certificazione di equipollenza del titolo di studio conseguito all’estero, qualora si tratti di cittadini stranieri provenienti da paesi dell’UE;

• Dichiarazione di valore del titolo di studio resa dalla rappresentanza diplomatica italiana presente nello stato che ha rilasciato il diploma o certificazione di equipollenza del titolo di studio conseguito all’estero, qualora si tratti di cittadini provenienti da paesi extracomunitari.

TRAMITE:

–        raccomandata A/R (farà fede il timbro postale) all’indirizzo di IAL Marche Srl – Via dell’Industria, 17/A – 60127 Ancona (AN)

–        consegna a mano – previo appuntamento – presso la sede IAL del CFP di Macerata di Via dei Velini n. 52/b – 62100 Macerata (MC);

indicando sulla busta la dicitura

Corso AGGIORNAMENTO OPERATORE NIDI DOMICILIARI (Macerata) – cod. 193532”

La domanda di iscrizione, compilata, sottoscritta e completa di allegati, dovrà pervenire tassativamente

 entro e non oltre il 25/03/2016

BANDO, DOMANDA DI PARTECIPAZIONE, SCHEMA CURRICULUM VITAE, DICHIARAZIONE NO PENDENZE PENALI

Rimborso sì, rimborso no… facciamo fattura?

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Rimborso sì… rimborso no… facciamo fattura? Evasione o non evasione, questo è il dilemma.

Il rischio di abusi in materia di rimborsi spese, ad opera delle associazioni (di volontariato e non)… e, dunque, anche di nidi famiglia e di tagesmutter associati, esiste eccome. Senza fare di tutta l’erba un fascio, naturalmente.

Andiamo ad analizzare quanto ci suggerisce, in merito, la normativa in vigore.

La L. 266/1991 “Legge quadro sul volontariato”, all’art.2 “Attività di volontariato“, prevede:

  • 1. Ai fini della presente legge per attività di volontariato deve intendersi quella prestata in modo personale, spontaneo e gratuito, tramite l’organizzazione di cui il volontario fa parte, senza fini di lucro anche indiretto ed esclusivamente per fini di solidarietà.
  • 2. L’attività del volontariato non può essere retribuita in alcun modo nemmeno dal beneficiario. Al volontario possono essere soltanto rimborsate dall’organizzazione di appartenenza le spese effettivamente sostenute per l’attività prestata, entro limiti preventivamente stabiliti dalle organizzazioni stesse.
  • 3. La qualità di volontario è incompatibile con qualsiasi forma di rapporto di lavoro subordinato o autonomo e con ogni altro rapporto di contenuto patrimoniale con l’organizzazione di cui fa parte.

Se tutto questo non fosse abbastanza chiaro, ecco a voi il parere dell’Agenzia delle Entrate in merito ad un caso concreto, pubblicato sul sito www.assiprov.it:

La legge 266/1991 prevede espressamente la possibilità per l’associazione di volontariato di erogare ai propri volontari somme a titolo di rimborso spese, sempre che presentino i seguenti requisiti:

  • Essere effettivamente sostenute dal volontariato;
  • Essere relative all’attività prestate per conto dell’associazione di volontariato;
  • Il rimborso avvenga entro i limiti predeterminati dall’associazione di appartenenza.

Da tali elementi e dalla lettura complessiva della legge quadro sul volontariato (L. 266/1991) emerge che il rimborso spese deve essere di un ammontare congruo rispetto all’effettiva spesa sostenuta (inidoneo quindi a costituire un compenso mascherato), in quanto il volontariato non persegue un fine di lucro.
Per rispettare la disposizione di legge non tributaria, il cui rispetto comporta la non imponibilità ai fini fiscali dei rimborsi spese, è necessario che l’organo sociale dell’associazione, competente in base allo statuto, adotti una delibera con la quale vengano disciplinate in via generale le modalità dei rimborsi spese.
È pure opportuno che il rimborso spese risulti da una richiesta scritta dal volontariato da cui risulti esplicitamente il legame con la specifica attività svolta in norme e per conto dell’associazione di volontariato. La documentazione prodotta deve essere opportunamente conservata anche ai fini probatori dell’effettiva natura della somma erogata a titolo di rimborso e resa disponibile qualora fosse richiesta dagli uffici dell’amministrazione finanziaria.

Ma se questo ancora non fosse esaustivo, ecco a voi un secondo parere, pubblicato dall’Avis -Associazione Nazionale Volontari sangue:

“Il principio cardine in materia di rimborsi spese nelle ODV e ONLUS è quello per cui l’attività di volontariato non può essere retribuita in alcun modo, l’unico rapporto di contenuto patrimoniale che può instaurarsi tra  il volontario e l’associazione non può che mirare a ristabilire l’entità del patrimonio privato del volontario socio diminuito delle spese sostenute nello svolgimento  dell’attività sociale… Il rimborso spese consiste in una somma di denaro corrisposta dall’associazione al socio volontario a titolo di rimborso delle spese sostenute e documentate in nome e per conto dell’associazione… Per compenso si intende una somma di denaro corrisposta dall’associazione ad un terzo a fronte di un’attività svolta, senza che vi sia stata una reale spesa sostenuta per conto dell’associazione dal soggetto e senza documentazione che la giustifichi…

Si ricorda infine, che la regola generale non ammette il rimborso spese non documentato/forfetario. Per rimborsare piccole spese non documentabili però è possibile procedere all’erogazione di somme inferiori a € 15,49 non soggetti a ritenuta, rispettando le seguenti condizioni: il rimborso può essere erogato solo occasionalmente, per i volontari e i collaborati occasionali, ma non per i contratti a progetto; non deve essere acconto di maggiori compensi; è necessario costituire un registro indicando le generalità del percepente, la data, l’entità causale e firma di accettazione. Il presupposto per i vari volontari è la loro iscrizione nel registro dei soci aderenti ai sensi dell’art.4 c.2 Legge 266/91 per come disciplinato dall’art. 3 D.M. 14/02/1992 del Ministro dell’Industria come modificato dal D.M. 16/11/1992.”

Anche il blog Tagesmutter Autonome Roma ed Italia aveva già trattato l’argomento, con i post Tagesmutter che operano in Associazioni di “nidi famiglia”… what’s wrong with you (maybe)? e Quello della TAGESMUTTER è un lavoro… e come tale va RICONOSCIUTO ed ISTITUZIONALIZZATO descrivendo quanto purtroppo avviene in alcune realtà associative (di volontariato e non): donne che pur di lavorare rinunciano ai propri diritti…facendosi passare per volontarie e non venendo assunte come lavoratrici… ma anche donne furbette nell’Italia dei furbetti, che fanno concorrenza sleale a chi lavora onestamente (perchè si sa, aprire una partita iva non comporta i guadagni – e le tariffe – del lavoro nero).

Tornando alla questione iniziale:

rimborsi sì… rimborsi no… facciamo fattura? E’ evidente che le spese rimborsate devono essere effettivamente sostenute.

Effettivamente: spese e rimborso devono coincidere, perchè non vi sia un lucro mascherato.

Sostenute: passato. Le spese vengono anticipate dall’associato e solo in seguito rimborsate a questi dall’associazione.

L’attività di volontariato è prestata in modo gratuito ed è incompatibile con qualsiasi forma di lavoro.

Ma allora, quando vediamo Associazioni che chiedono preventivamente rimborsi spese, forse ci troviamo di fronte a compensi mascherati (dunque a evasioni fiscali, lavoro nero, concorrenza sleale)?

Quando leggo brochure del genere, pur proposte da persone che sembrano valide e che portano avanti un progetto sotto molti punti di vista ammirevole:

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onestamente, mi sembra di leggere le tariffe di un servizio, cioè i compensi erogati per quel servizio. E non rimborsi spese, come indicato. Tanto che, ad un certo punto, è scritto chiaro e tondo sulla stessa brochure: 7 euro tariffa oraria (!).

Care colleghe tagesmutter, si può dire: voi (e coloro come voi che), scrivendo, pubblicando e soprattutto facendo una cosa del genere… molto probabilmente state commettendo un illecito… mentre l’Associazione che vi rappresenta quasi certamente no. Vale la pena di rischiare… o non è forse meglio cedere alla tanto odiata fattura?

 

 

Puglia: educatore familiare e piccolo gruppo educativo

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Con il Reg.Reg. 18 gennaio 2007, n.4 viene attuata la L.R. 10 luglio 2006, n.19 “Disciplina del sistema integrato dei servizi sociali per la dignità e il benessere delle donne e degli uomini di Puglia”. Il regolamento è stato in seguito modificato dal Reg. Reg. 7 agosto 2008, n.19.

All’art. 101 del Reg. Reg. 4/2007 vengono definiti come servizi socioeducativi per la prima infanzia a carattere innovativo e sperimentale «i servizi educativi flessibili e differenziati per i bambini da tre mesi a tre anni, finalizzati alla promozione dello sviluppo psico-fisico, cognitivo, affettivo e sociale del bambino e al sostegno alle famiglie e ai nuclei familiari, nel loro compito educativo:
a)  il servizio di educazione familiare per l’infanzia o servizio per l’infanzia a domicilio;
b)  i piccoli gruppi educativi».

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L’educatore familiare o servizio per l’infanzia a domicilio è un servizio flessibile, erogato per fasce orarie, di norma a supporto delle altre tipologie di servizi per la prima infanzia e di servizi educativi per l’infanzia, perché rivolto a completare con modalità e orari flessibili la frequenza del bambino presso l’asilo nido o il centro ludico per l’infanzia. In particolare tale servizio può essere erogato nelle prime ore del mattino o nelle ore successive all’uscita dall’asilo nido o dal centro ludico, in relazione alle diverse esigenze dei tempi di lavoro e di vita della famigliae. Il servizio è assicurato da educatori e altri operatori sociali, con la supervisione del progetto educativo da parte di educatori in possesso dei titoli previsti dall’art.46 del regolamento, come modificato dall’art. 16 del Reg.Reg. 19/2008:
a) laurea in educazione professionale, ex D.M. n. 520/1998 e titoli equipollenti;
b) laurea in Scienze dell’Educazione, ex indirizzo in Educatore professionale extrascolastico;
c) laurea triennale in Scienze dell’Educazione nel campo del disagio minorile, della devianza, della marginalità;
d) laurea triennale in Scienze dell’Educazione e della Formazione, indirizzi Scienze dell’Educazione e Scienze dell’educazione nei servizi socioculturali e interculturali;
e) laurea in Pedagogia e in Scienze Pedagogiche;
f) laurea in Scienze dell’Educazione, ex indirizzi in Insegnanti di Scienze dell’Educazione e in Esperto di processi formativi, e laurea triennale in Scienze dell’Educazione, indirizzo in Processi di formazione e valutazione (in presenza di una esperienza documentata almeno triennale nel settore dei servizi socioeducativi e di cura delle persone, per chi è entrato in servizio dopo il Reg. Reg. 4/2007);
g) laurea specialistica in Progettista e Dirigente dei servizi e ducativi e formativi ovvero in
Programmazione e gestione dei servizi educativi e formativi;
h) laurea triennale in Scienze della Formazione Continua, indirizzi in Operatore socioculturale e in Operatore per la mediazione interculturale;
i) diploma di maturità di scuola media superiore, per gli operatori che abbiano una esperienza documentata almeno triennale nel settore dei servizi educativi e di cura delle persone.
Il rapporto massimo è di un educatore ogni due bambini, se appartenenti allo stesso nucleo familiare e conviventi nella stessa abitazione. Il progetto educativo per il servizio dell’educatore familiare è, di norma, sviluppato quale estensione del progetto educativo del nido d’infanzia.
I piccoli gruppi educativi consentono di affiancare i nuclei familiari, anche nell’ambito di esperienze di mutuo-aiuto familiare, nelle funzioni educative e di assicurare un idoneo ambiente protetto per la prima socializzazione dei bambini in età compresa tra i tre e i trentasei mesi, alternativo all’asilo nido o nido d’infanzia, per un numero di ore non superiore alle sei al giorno. I piccoli gruppi educativi sono composti da un numero massimo di quattro bambini in uno spazio appositamente dedicato, all’interno di una civile abitazione, in cui sia presente almeno una figura di educatore che provvede alla elaborazione di un progetto educativo e alla condivisione dello stesso con i genitori. I titoli previsti per l’educatore del piccolo gruppo educativo sono gli stessi di quelli stabiliti per l’educatore familiare.
Fatte salve le posizioni di coordinamento già ricoperte nelle strutture e nei servizi attivi alla data di entrata in  vigore del Reg.Reg. 4/2007, e salvo quanto espressamente definito per specifiche strutture, le funzioni di coordinamento sono assegnate a figure in possesso di laurea almeno triennale o di diploma di maturità con esperienza nel ruolo specifico di coordinatore di struttura o servizio non inferiore a tre anni.
Le strutture e i servizi socioassistenziali sono autorizzati dai Comuni competenti per territorio e possono essere accreditati presso le medesime istituzioni. E’ necessario effettuare la comunicazione d’avvio attività. I registri delle strutture e dei servizi socio-assistenziali autorizzati vengono istituiti presso il Settore sistema integrato servizi sociali della Regione Puglia. Il registro delle strutture e dei servizi socio-assistenziali accreditati è istituito presso l’Assessorato alla Solidarietà della Regione Puglia, l’aggiornamento del quale è pubblicato nel Bollettino Ufficiale della Regione Puglia con periodicità annuale.
La permanenza dei requisiti per l’esercizio delle attività autorizzate è garantita dai titolari delle strutture e dei servizi mediante autocertificazione da presentare annualmente al Comune che ha rilasciato l’autorizzazione e che è competente per la vigilanza sulle strutture autorizzate. La Regione, in accordo e in collaborazione con i Comuni, svolge azioni periodiche di verifica e controllo.

Ad Albano Laziale voucher solo per le Cooperative

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Ad Albano Laziale (RM) l’amministrazione comunale ha scelto di sostenere solo le famiglie dei bambini accuditi da tagesmutter che lavorano in Cooperativa. Una scelta opinabile? Perchè invece non riconoscere un voucher a tutte le famiglie che acquistano un servizio all’infanzia? Potrebbero esserci sul territorio delle tagesmutter che lavorano in autonomia (o delle donne/degli uomini che stanno per intraprendere questo mestiere), senza essere per forza vincolate a Cooperative che dettano le proprie condizioni economiche e lavorative ai soci lavoratori. Altre tagesmutter potrebbero scegliere invece di costituire un’associazione con o senza genitori dei bimbi. Insomma, perchè sostenere solo chi sceglie (o si trova a scegliere, vista la situazione) le Cooperative?

Per chi fosse interessato, l’avviso pubblico.

Umbria: i nidi familiari

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In Umbria, la L.R. 30/2005 (art. 5) e il  Reg. Reg. 13/2006 disciplinano, in relazione a nuovi bisogni emergenti dai contesti sociali del territorio, la sperimentazione di ulteriori tipologie di servizi all’infanzia rispetto a quelli tradizionali.

Il “nido in famiglia” è un servizio sperimentale socio-educativo-ricreativo che accoglie minori di età compresa tra i tre mesi e i tre anni, disciplinato dalla D.G.R. 16 maggio 2012, n. 513. E’ destinato a favorire le opportunità di socializzazione dei bambini, nonchè a valorizzare il ruolo dei genitori nell’intervento educativo, prevedendone il diretto coinvolgimento nella conduzione e nella gestione del servizio.

Rispetto ai servizi tradizionali si differenzia per la sua totale integrazione  con il  contesto abitativo, la flessibilità nel funzionamento e la ridotta capacità ricettiva.

L’attivazione del nido familiare in via sperimentale è riservata a coloro che abbiano frequentato l’apposito corso regionale, riferito agli standard minimi di competenze “Gestione di nido familiare” ( D.G.R. 16 maggio 2012, n. 513, allegato 5).

Per l’attivazione, anche in via sperimentale, del nido in famiglia deve essere richiesta l’autorizzazione al Comune di riferimento al fine di assicurare la supervisione della sperimentazione ed il coordinamento con la rete dei servizi per la prima infanzia presenti sul territorio comunale.

Il nido in famiglia può accogliere un numero limitato di bambini compresi quelli dell’ambito familiare della medesima fascia di età, fino ad un massimo di quattro contemporaneamente. La permanenza del bambino non appartenente al nucleo familiare di base, non può superare le nove ore continuative. La presenza analitica dei minori è registrata su una scheda settimanale esposta all’interno dei locali e resa accessibile agli Organi deputati alla vigilanza.

L’attività può essere condotta da un genitore o da un operatore in ogni caso in possesso degli standard minimi di competenza previsti dal sistema di competenze per la gestione di nidi familiari ( D.G.R. 16 maggio 2012, n. 513, allegato 5).

Il nido in famiglia deve sorgere in immobili ad uso abitativo presso cui l’operatore ha la residenza/domicilio. La struttura deve garantire le seguenti caratteristiche: a) licenza di abitabilità/agibilità; b) requisiti igienici minimi previsti dai Regolamenti locali d’igiene e dalle normative nazionali e regionali vigenti in materia di edifici di civile abitazione; c) condizione di sicurezza degli impianti, anche di prevenzione incendi, nei casi previsti dalla legge; d) adattabilità ai soggetti portatori di handicap usufruenti di sedia a ruote, secondo quanto stabilito dal D.P.R. n. 503/1996. L’attività può essere avviata se nell’unità immobiliare sono disponibili: uno spazio autonomo con lavandino e fasciatoio; uno spazio da destinarsi all’ospitalità dei bambini di almeno dodici metri quadrati, organizzato in modo da garantire l’accoglienza, il gioco e il riposo; un locale cucina dotato di idonee attrezzature per la cottura, il riscaldamento e la conservazione dei cibi.

L’attività di nido in famiglia, non avendo caratteristiche di un servizio di ristorazione collettiva, nonché essendo ubicata in normali strutture abitative, non necessita di autorizzazione sanitaria ai sensi dell’art. 2 Legge 30 aprile 1962, n. 283 “Modifica degli artt. 242, 243, 247, 250 e 262 del T.U. delle leggi sanitarie approvato con R.D. 27 luglio 1934, n. 1265: Disciplina igienica della produzione e della vendita delle sostanze alimentari e delle bevande”. E’ quindi possibile la preparazione e la somministrazione di alimenti fermo restando l’applicazione, in ogni fase, di corrette norme di prassi igienica.

L’esercizio dell’attività, fermo restando il rispetto degli adempimenti contributivi e fiscali, è soggetta ad autorizzazione al funzionamento da parte del Comune. Salvo diverse disposizioni comunali ai sensi del Regolamento regionale 13/2006, la richiesta di autorizzazione deve essere obbligatoriamente corredata da: documentazione attestante il possesso dei requisiti dell’immobile; dichiarazione sostitutiva di certificazione ai sensi art. 46 del D.P.R. 28 dicembre 2000, n. 445, “Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa” rilasciata dal titolare dell’attività che attesti la rispondenza ai requisiti; relazione descrittiva dell’attività (progetto di servizio) che specifichi le modalità, i tempi, le tariffe e le regole di svolgimento del servizio e che dia conto del servizio alimentare.

In ciascuna unità immobiliare può essere autorizzato un solo servizio di nido familiare.

L’attività è oggetto di vigilanza ai sensi della L.R. n. 30/2005. Lo svolgimento dell’attività deve essere garantita da adeguata polizza assicurativa.

Il gestore deve garantire la continuità del servizio educativo secondo modalità che devono essere specificate nel progetto di servizio, portate a conoscenza delle famiglie e con le medesime concordate.

Per il primo accoglimento del bambino al nido in famiglia, trattandosi di possibile frequenza occasionale, il genitore o chi ne fa le veci deve rilasciare dichiarazione scritta al gestore del servizio, che il bambino è stato regolarmente vaccinato e non è affetto da malattie infettive e contagiose clinicamente accertate.

Le regole di svolgimento del servizio, l’orario di apertura giornaliero e le tariffe applicate vanno esposte in modo visibile nell’ingresso.

Il soggetto gestore assume ogni responsabilità in relazione all’erogazione del servizio e pertanto nessuna responsabilità può essere imputata al Comune per qualsiasi danno o indennizzo derivante dallo svolgimento del servizio di nido familiare.